Evangelizzare è riconoscersi figlio…

Troas n. 12 

gennaio 1999

Di fronte alla povertà dei poveri

Qualche anno fa – era prima dell’epoca di internet – ho avuto l’occasione di incontrare il direttore di una casa della D.D.A.S.S. che accoglieva provvisoriamente bambini abbandonati prima di metterli in orfanotrofi o in famiglie di accoglienza. Mi fa la descrizione dei bambini che riceveva; mi dice come arrivavano là – alcuni tra i più piccoli erano stati trovati fasciati in un parco pubblico, come al tempo di San Vincenzo de Paoli – mi ha parlato della loro psicologia e mi ha confida una cosa strana, che all’inizio l’aveva piuttosto stupito: é che i più grandi passavano molto del loro tempo libero sulle guide telefoniche, e questi venivano continuamente deteriorati per il troppo uso, o addirittura rubati. Cosa facevano? Cercavano quale poteva essere il nome del loro padre e poi scappavano quando credevano di aver trovato il suo indirizzo. Vale a dire che avevano una sete insaziabile di conoscere il volto di chi aveva dato loro la vita, anche se si era dimostrato indegno della sua paternità. Facendo così, questi bambini manifestavano che era essenziale per loro essere figli.

Nella maggioranza dei quartieri dove si trovano i Punti Cuore, i padri sono i grandi assenti, ma questo non toglie che, anche se i bambini non sanno tanto in che cosa potrebbe consistere la relazione con qualcuno che chiameranno “papà”, essi hanno nel fondo del loro cuore una sete immensa di vivere la figliolanza. Questa constatazione, che si applica particolarmente ai bambini orfani di padre, agli abbandonati, conosce un’estensione molto più ampia, anzi universale: nel cuore di ogni essere umano – che sia giovane o vecchio – dimora un desiderio ardente: quello di conoscere il volto di un Padre che colmerà tutte le sue aspirazioni e tutta la sua sete, e più ancora quella di dimorare nel suo Cuore e di chiamarlo: “Papà!”.

Etimologicamente “evangelizzare” significa “annunciare una buona notizia”. Ai bambini assetati di tenerezza che sfioriamo ogni giorno nelle strade, ai bambini che hanno bisogno di sapere che contano per qualcuno, la vera buona notizia é di annunciare loro che hanno un padre. E’ un padre che non vedono, é un padre di cui non sentono la voce...ma é un padre che li ama pi§ di tutto, che siano buoni o cattivi, che li ama attraverso quelli che, quaggiù, li amano e gli usano misericordia... é il Padre di Gesù. La calma che suscita questa notizia nel cuore di coloro che la ricevono non é di ordine puramente affettivo o psicologico. Essa viene a cauterizzare un’inquietudine ben più profonda, un’inquietudine che si situa al livello dell’essere. E’ come se, scoprendo questa realtà, una nuova sorgente di vita si mettesse improvvisamente a sorgere in loro e li aiutasse a portare il peso smisurato che é in loro.

Eppure il fatto di sapersi e di riconoscersi figlio agisce più come un lievito o come un seme, che come un’esplosione immediata. E’ un segreto che si comunica nel profondo. A volte i bambini fanno anche così poche domande che un o si chiede se abbiano sentito. Preferiscono tacere e verificare l’autenticità di questa notizia attraverso la testimonianza della Chiesa. Preferiscono veder vivere attorno a loro un figlio di Dio, agire un figlio di Dio, amare un figlio di Dio, pregare un figlio di Dio che ricevere una conoscenza libresca sul loro Padre del cielo. Ma qualche volta fanno anche delle domande: “Mostraci il Padre e questo ci basta!” – “Insegnaci a pregare!” – “Che dobbiamo fare per possedere il Regno dei cieli?” In questo caso le parole sono utili, ma anche insufficienti. Evangelizzare, più ancora che “rivelare un nome”, é introdurre in una esperienza, é far partecipare ad un segreto – quello della mia relazione con lo Spirito Santo -, é far entrare nel mondo della mia preghiera finché l’altro sia come trascinato dallo Spirito Santo ad avere una relazione personale con la trinità, é invitare ad entrare nella grande famiglia di Dio che é la Chiesa. Questo modo di evangelizzare fu particolarmente quello di Padre Thomas Philippe che passò tutta la fine della sua vita nelle comunità dell’Arche, al servizio delle persone gravemente handicappate. E’ vero che parlava e che insegnava e che i poveri amavano ascoltarlo, d’altronde più per ciò che la sua parola rivelava della sua presenza che per l’insegnamento che prodigava. Ma la sua opera di prete consisteva principalmente di mettere ciascuno di quelli che incontrava in ascolto dello Spirito Santo, provando a mettersi lui stesso. Scompariva per lasciare il posto a un Altro che meglio di lui poteva illuminarli, insegnare loro a pregare mormorando nel loro cuore: “Padre!” e finalmente di donare loro la forza di cui avevano bisogno per affrontare il loro doloroso destino. In questo senso, appena uno dei suoi visitatori gli faceva una domanda, lui diceva: “Andiamo a pregare!” ed era raro che la preghiera non calmasse o non chiarisse colui che incontrava.

I bambini che frequentano le nostre case - come tutte le persone accolte all’Arche – hanno una sete infinita di relazioni. Per loro la religione non può essere una questioni di dogma i di dottrina o di libro. Se per molti Dio è una realtà astratta, non può essere lo stesso per i bambini – di più ancora per i bambini delle strade. O Dio é il più concreto che ci sia, il più presente che ci sia, o Dio non esiste. O Dio ha qualcosa da dire nella nostra vita o Dio non esiste.E’ senza dubbio la ragione per cui un bambino – o una persona ferita nella sua intelligenza – che crede veramente é in quanto tale un invito costante a riconoscere la persona di Gesù come solo salvatore. Il suo cristianesimo pone coloro che incontra davanti ad una certa evidenza dell’amore di Dio per gli uomini - dell’immensa sofferenza che opprime la maggioranza di loro - della Sua presenza fino alla fine del mondo nel cuore di ciascuno di quelli che gli aprono la porta.

A causa di questo – a causa di questa semplicità che hanno a riconoscersi figli del Padre e ad assumerne le conseguenze – i bambini fanno paura e sono un pericolo per quelli che si vorrebbero capaci di camminare da soli. Essi ricordano troppo agli adulti che fondamentalmente essi sono dei bambini e che la loro vita non vale niente se é vissuta al di fuori dell’ appartenenza ad un Altro. Essi sono le testimonianze troppo fedeli di Colui che non ha mai detto altra cosa che ciò che ha udito dalla bocca del Padre e non ha mai fatto altra cosa che ciò che il Padre gli ha domandato di fare. E’ perché questi bambini si arriva a massacrarli, ad imbavagliarli, ad ucciderli prima che nascano perché non si mettano in mezzo a noi come l’umile Parola del Padre. La loro Piccolezza farebbe troppo male al nostro orgoglio!

Così la missione di tutti quelli che hanno da rivelare ai bambini, ai piccoli e ai poveri il volto del loro vero Padre e da trascinarli in una relazione di stretta intimità con Lui é una missione profondamente salvifica. Va molto oltre il “fare il catechismo”, il “preparare i bambini a ricevere i sacramenti”, il “vivere come cristiani in mezzo ai bambini”, essa trascina tutti gli uomini, attraverso l’appello che lancia la fede dei più piccoli tra loro, dei più fragili, dei più vulnerabili a ritrovare il loro volto di bambino di Dio e a vivere in dipendenza da Lui. Se c’è una scelta drammatica da fare nella nostra vita, é dunque quella di mettersi alla scuola dei più piccoli ai quali il Padre si rivela, per ritrovare il senso e il valore della nostra esistenza.

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