KYRIE
ELEISON!
Omelia
in occasione dei voti definitivi di Caroline Mousset e di Patrick Felici
24
ottobre 2004
Colui che vuole “dare la sua vita per coloro che ama” sa bene che non basterà una parola e neanche un gesto compiuto “una volta per tutte”. Si tratterà di un regalo da rinnovare nelle piccole cose, giorno dopo giorno. Ma“dare la propria vita” ha veramente a che fare con parole e gesti? Cosa avrà da offrire alla sua sposa lo sposo paralizzato? Come la madre potrà amare suo bambino che nessuna parola e nessun gesto riescono a raggiungere? “Dare la propria vita” come un povero, “non c’è amore più grande”…
Nel lebbrosario brasiliano che di frequente visitavano i nostri Adb (Amici dei bambini), c’era una donna chiusa, misteriosa, colpita più degli altri dalla malattia. Sembrava che non sapesse un granché riguardo alla preghiera di orazione e gli Amici dei bambini, pieni di buone intenzioni, un giorno decisero di andar a trovarla per proporre di insegnarle a pregare: “Pai nosso que estas no ceu… Ave Maria, cheia de graça!”… Non possiamo dire che la donna fu entusiasta. Fissò cogli occhi ciechi gli Amici dei bambini, sembrando di volerli interrogare sul senso del loro modo di fare. E poi fece lentamente scivolare il panno che ricopriva tutto il suo corpo, lasciando apparire quanto la malattia l’aveva colpito e disse lentamente : “La mia preghiera, è il mio corpo ferito, è il mio corpo offerto!” Se esiste una “preghiera del povero”, è proprio questa… Una preghiera che è penetrata fino al midollo delle ossa… Una preghiera che va completamente oltre alle parole… Una preghiera che invita al silenzio e vi trasporta in un colpo solo fino al Golgota… Una preghiera che il Padre non può fare altro che esaudire perché assomiglia straordinariamente all’ultima preghiera di Gesù, quella del suo corpo ferito a morte, della sua anima straziata…
Oggi, Patrick e Caroline – e anche tu, mio caro Jean-Marie – siete venuti in chiesa per la messa della domenica come di solito, e allo stesso tempo diversamente dal solito. I vostri cari, in questa domenica, sono qui numerosi per circondarvi. E poi siete forse commossi come non lo siete stati da tempo. Infatti siete consapevoli che qualcosa di grande che voi conoscete – ciò che chiamiamo “voto definitivo”
- e allo stesso tempo qualcosa che sfugge a voi e che sfugge a tutti noi, qualcosa di conosciuto e di misterioso, sta per compiersi ora per voi. Voi sapete che oggi durante la questua non basterà buttare qualche monetina, offrire le vostre virtù e le vostre penitenze, ma bisognerà, per rispondere alla chiamata di Dio, deporre tutto quello che siete e per sempre. E in questa offerta totale di voi stessi alla Santissima Trinità, il vostro destino si sta per compiere. Certo, con il battesimo appartenete già e da tempo del tutto a Dio. E nel corso della vostra esistenza, in numerose occasioni, non avete mancato di confermare questa appartenenza: in ogni atto di fede e di carità che avete compiuto, in tutti i tempi di preghiera che avete trascorso, ad ogni messa alla quale avete partecipato, ad ogni nuovo impegno che avete preso. Ma oggi, per voi, Patrick e Caroline, questo dono di voi stessi a Gesù, alla Sua Chiesa, ai poveri si vuole fare radicale, senza ritorno, totale… Esso vuole partecipare all’offerta infinita di Cristo al Suo Padre e rivestirne la forma. Cristo ha voluto vivere povero, casto e ubbidiente per manifestare il suo amore per la Fonte. Ormai non avete altro desiderio, avendo cominciato a sperimentare la lunghezza, la larghezza, la profondità del Nome di Dio, di vivere anche voi povero, casto e ubbidiente come risposta, certo “quasi risibile” secondo l’espressione di Adrienne von Speyr, alle sue misericordiose premure. In altri termini, ciò al quale oggi vi impegnate e al quale il Signore s’impegna con voi, è diventare del tutto “preghiera del povero”, grido verso Dio, Kyrie Eleison, affinché la salvezza vi sia accordata: “Ciò che ci salva non è una struttura, non sono delle definizioni: è il fatto di rimanere nel grido che è coscienza del desiderio che siamo, della nostra libertà…” Ciò al quale vi impegnate, è di lavorare al fatto che il grande corpo che è l’umanità diventi anche grido verso Dio. Forse grida già fin troppo questo corpo, ma ahimè senza fede, senza fiducia, senza pace… Urla contro un muro – quello della sua miscredenza… Canta un canto vuoto – quello della sua disperazione… Suona un concerto che non può avere eco perché in fondo lo suona per se stesso… A voi dunque di far cantare il vostro quartiere d’Alma-Ata o l’orfanotrofio di Kaskilène, il quartiere di Plain-Palais o la casa di riposo del Prieuré, la piazza Karl-Marx o il corso Gagarine di Villejuif, il suo salmo da pubblicano per ottenere dal Signore che giustizia sia fatta a tutti! E non mancherete di lavoro perché l’umanità non ha forse ancora gridato verso Dio con insistenza, come lo ha fatto la povera vedova della parabola del giudice. Per ora, sta ancora, in genere, facendo i conti con Dio, sperando la salvezza da se stessa, credendo che ce la farà da sola. E’, in altre parole, la realtà che Paolo VI voleva significare quando diceva nell’Angelus del 6 ottobre 1974 che “l’evangelizzazione del mondo si trova ancora proprio agli inizi”. E poi aggiungeva: “Sembra che il grido di Cristo – Lui gridava proprio! – risuoni ancora come un lamento e un invito: “Sono venuto a portare il fuoco alla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” Ispiratevi anche voi dalla nostra cara Catherine de Hueck, questa donna russa bruciata dall’amore di Dio, che abbiamo scelto come patrona del Punto-Cuore di Almaty. Ecco quello che scriveva nella sua Lettera d’amore ai preti : “Ciò non è possibile! Ecco venuto nella nostra vita, nelle nostre vite di cristiani, il momento in cui dobbiamo innalzarci, infiammati di “zelo” per la casa del nostro Padre. Abbiamo in noi il Difensore, il Vento che rinfocola questa fiamma di cui la Scrittura parla. E’ ora veramente! Ho voglia di piangere, ho voglia di implorare, ho voglia di cacciare dei gridi, ho voglia di fare le mille cose che fanno gli uomini quando si sentono molto vicino alla disperazione, con l’eccezione che non posso andare fino alla disperazione siccome vivo nella speranza. Ma sono solo una donna, ed è per quello che caccio dei gridi, convinta che i laici caccino gli stessi gridi miei. (…) Non basta più parlare con dolcezza. Bisogna gridare. (…)
Urla, anima mia, urla!
Implora il Signore per la Sua Chiesa!
Urla, anima mia, urla!
Perché sei immersa nell’agonia della sua Sposa! (…)
Urla, anima mia, urla come urlano degli uomini perduti nel deserto prima di morire di sete!
Urla, anima mia, urla! Urla!
E’ passato il tempo
“Di gridare verso di Te dalle profondità”.
E’ ora il tempo di urlare!
Perché gli uomini sono sordi a tutte le parole.
Sordi ai gridi e ai pianti
Degli altri uomini!
E’ probabile però che gli urli
Di un anima piena di sconforto per la Tua Chiesa
Raggiungano loro.
Perché qui, in questo paese della vana ricchezza,
Gli urli non sono ancora stati sentiti! (…)
Urla, anima mia, urla!
Affinché il Signore
Senta il canto del dolore,
Il canto dello sconforto
Aldilà dello sconforto umano
Perché sei Tu che urlerai in me.
Urla, anima mia, urla!
Perché la Chiesa è nel dolore.
Guarda!
Giace nella polvere di mille strade.
Non si ferma nessuno; non vediamo ancora
Il Buon Samaritano alla svolta di queste strade!”
Urla, anima mia, urla!
Chiedi al Signore
Di darti la forza
Di sollevare la Chiesa
Fino alle braccia del Suo Figlio.
Urla, anima mia, urla!”
E per gridare, per urlare, cosa ci vuole? E per essere povero, cosa ci vuole?
Bisogna decidere – ed è tutto il senso dell’avvenimento di oggi – di lasciarsi abitare dallo Spirito di Dio. E’ Lui che genera gli anawim
– è il Padre dei poveri. E’ Lui che, secondo san Paolo, geme in noi, prega in noi, urla in noi. E’ anche Lui che consola il peccatore dalla povertà del suo peccato e l’aiuta a diventare povero della povertà di Dio, quella della grazia. Ciò detto, in questo apprendimento, beneficiamo a Punto-Cuore di maestri eccezionali: sono tutti i bambini, tutti i vecchi, tutta la gente umile dei quartieri dove abitiamo, considerati dagli umani come la pattumiera del mondo e da Dio come la pupilla dei suoi occhi. In questi quartieri abbiamo trovato il tesoro per la conquista del quale abbiamo deciso di rinunciare a tutto il resto. Sì, quei Sacha Fantik e quei piccoli Noursoultan, quei Otacilio e quei Karnamurti sono proprio a loro insaputa, i nostri maestri prima che noi siamo i loro. Nelle celle di carcere, nelle sale d’ospedali, nelle case dei nostri vicini riceviamo giorno dopo giorno l’essenziale della nostra formazione: i nostri piccoli maestri, i nostri poveri maestri ci insegnano a camminare sull’acqua, a gridare, a mendicare, ad affidarci, ad accettare l’umiliazione, a tornare dopo la collera. Presso di loro si trovano il nostro vero noviziato, le nostre scuole e le nostre università. Attento a chi andrebbe troppo a cercarli altrove!
A coloro che aprono le orecchie e gli occhi, lo Spirito parla molto tramite la vita dei poveri. E siamo privilegiati di poter, ogni giorno, sentirli, vederli con i nostri occhi, contemplarli, con le nostre mani toccarli. Tramite Quella che è la sua Sposa, l’Immacolata, la “divina mendicante”, come amava chiamarla e considerarla il Padre Lamy, lo Spirito si esprime in modo ancora più puro. E’ qui stamattina! Lei di cui il Kyrie è così puro al punto di esprimersi in offerta integrale, di cui il grido è così potente da diventare silenzio virginale, di cui la povertà è cosi totale che Dio la trasforma in ricchezza infinita per tutto il mondo. Sembra dire a Caroline e Patrick, a Jean-marie e a tutti noi: “Non abbiate paura di offrirvi a Dio! Non abbiate paura di dire al fondo delle chiese: “Signore, pietà!” o di ripetere giorno e notte come il pellegrino russo: “Signore Gesù, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me, peccatore!” I vostri Kyrie non tarderanno ad essere impregnati di Magnificat! la vostra miseria di gloria! i vostri gridi di beato silenzio!” L’avvenimento di questo giorno, avvenimento puramente mariano, ci porta con voi nella Verità di quello che siamo: degli esseri di miseria ricreati dalla Misericordia, degli esseri di cui l’estremo grido li guida al silenzio glorificante, come l’estrema sofferenza ha guidato Gesù, con tutta l’umanità, alle porte di Pasqua. Il vostro “sì” illumina il cammino della Chiesa e il nostro. Ve ne ringraziamo.
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