Un’opera umana, profondamente umana

Da più di cinque anni, la fondazione di Punto Cuore mi ha portato ad intraprendere lunghi e frequenti viaggi, a fare numerosi incontri, ad affrontare solo e con altri vari problemi, a riflettere su diverse questioni. Anche se per la maggior parte del tempo sembro essere il principale protagonista di queste esperienze, ho la netta sensazione che esse non mi appartengano. Esse sono il bene comune della nostra famiglia, anche se, per discrezione, una parte di esse deve rimanere nascosta. Avrei voluto offrire un primo bilancio di questa avventura sorprendente, talvolta sconcertante, che rappresenta la fondazione di un’opera come Punto Cuore. Avrei voluto offrirvi le mie scoperte, le mie constatazioni, le mie speranze.

L’estensione della sofferenza
La sofferenza può sembrare un fenomeno senza sorprese. Si conosce l’esistenza degli ospedali, degli orfanotrofi, dei campi di concentramento… Si conosce tutto il capitale di lacrime immagazzinato in questi luoghi. Già questo ci può sembrare mostruoso. Quello che lo è ancora di più è scoprire che la sofferenza non è un’entità anonima, distaccata, ma che essa ferisce un cuore, sfigura un volto. Incontrare un uomo che soffre, ascoltare fino in fondo i suoi silenzi, le sue grida, le sue ribellioni, colpisce di più che la meditazione che si può fare su tutta la sofferenza dell’umanità. E quando ci si prende il tempo di curvarsi sulla sofferenza di un uomo e di portarla un po’ con lui, poi di un secondo uomo, la paura della croce – una croce ben palpabile, ben dura, una vera croce di legno, pesante, molto pesante che fa cadere e cadere di nuovo – vi prende.

Così come non ci sono peccati astratti, non ci sono sofferenze astratte. La sofferenza è sempre la sofferenza di una carne, di un cuore, di un’intelligenza. È l’incredibile sofferenza di quel seminarista vietnamita, rinchiuso per diversi anni in una buia prigione, i piedi serrati in blocchi di piombo, lottando giorno dopo giorno per non impazzire… È la sofferenza di quel giovane argentino, violentato fin dall’infanzia da un membro della famiglia, mandato via da casa sua, ancora violentato, consegnato alla droga e all’alcool, incapace di dominare la incredibile violenza che è in lui… È la sofferenza di quella piccola colombiana di quattordici anni, già incinta, che aspetta sotto lo sguardo del suo protettore il nuovo cliente che abuserà del suo corpo già straziato… E si potrebbe descrivere in questo elenco l’esistenza di ogni uomo di ogni paese, perché nessuno sfugge a questa legge della sofferenza, anche chi ha, all’apparenza, una vita felice, senza dubbio conosce la sua parte di dolore intimo.

Il corpo di Cristo è tutto intero sulla croce. Neppure un osso, neppure un arto è risparmiato. Il suo corpo è ridotto a brandelli, il suo spirito è annientato, il suo cuore trafitto. Il corpo dell’umanità è ugualmente tutto intero sulla croce. Nemmeno una delle membra sfugge al dolore. Ma, ai piedi della croce, il cuore di Maria si fa ricettacolo di quest’incredibile sacrificio.

Dov’è riconosciuta, la dignità umana?
Istintivamente, per me l’uomo è un vertice inalienabile. Piccolo, malgrado tutti gli inviti che mi venivano fatti a rispondere per le rime, faticavo a restituire un pugno a chi me ne dava, tanto temevo di ferire colui che mi aggrediva. I miei studi mi confortarono in questa percezione dell’alta dignità dell’uomo: imparavo che l’essere umano è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, che è solo “un po’ inferiore a un dio”, che è chiamato ad essere perfetto come è perfetto il Padre celeste.

Tuttavia parallelamente, le mie letture mi aprirono gli occhi. Molto in fretta, gli orrori dei campi di concentramento, della guerra mi fecero capire che queste idee non dovevano essere condivise da tutti e che, per molti, l’uomo non era probabilmente che un cane, un nemico da abbattere, una pietra d’inciampo sulla via della realizzazione delle proprie ambizioni. In questo senso, Punto Cuore fu un colpo fatale: gli incontri ai quali mi obbligarono le fondazioni mi diedero la dimostrazione che questa percezione non era immaginaria, ma perfettamente reale. Quello che io avevo imparato dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, dalla Carta dei Diritti del Bambino, della profonda dignità dell’essere umano, - senza da parte mia rimetterla in discussione, al contrario – mi sembrava quasi a livello della mascherata, del gioco politico o di un ideale molto lontano. Nella maggioranza degli Stati, o per una grande parte degli uomini, la realtà era un’altra.

Il bisogno di Natale, la risposta di Pasqua
Se si fa il conto di tutte la prove che pare impossibile oltrepassare tanto sembrano lunghe e pesanti, si può essere colti da una terribile vertigine. Che ci libererà da un tale peso? Si spera in nuovi vaccini – nuove malattie appaiono continuamente! -, si attendono nuovi governi – e sono talvolta peggiori dei precedenti -, si sognano riforme sociali – in ogni caso non se ne hanno mai abbastanza!

Certo, la vita è più facile quando si esce di prigione, dall’ospedale o dal campo di concentramento, ma lo stesso vuoto può permanere all’esterno come all’interno. I responsabili possono tappare i buchi. Le strutture possono meglio adattarsi alle esigenze di tutti, le povertà possono risolversi, ma rimane un’attesa. Quella di una soluzione più essenziale, più interiore. Un’attesa che, per molti, non ha nome, un’attesa che può esprimersi come il presentimento di una presenza salvatrice. Un’attesa che io traduco così: l’attesa di Natale, l’urgenza della risurrezione.

Molti vivono nella speranza di un avvenimento. Quelli la cui esperienza è limitata attendono ancora un avvenimento terreno. Coloro che hanno un’esperienza più ricca sanno che nulla quaggiù può arginare il male. Il suo peso è troppo grande e la storia degli uomini, da sola, incapace, in definitiva, di portare una salvezza.
Occorre Qualcuno dall’esterno che agisca dall’interno. Non c’è bisogno di un “avvenimento – accidente” (rivolta, monarchia…), ma di un “avvenimento – persona”, un “avvenimento – presenza”, un “avvenimento – eternità”. C’è bisogno del Natale: un Dio nascosto che sorge nella notte degli uomini per condurli fino all’alba della risurrezione. Un Dio che conosce ciascun uomo per nome, che prende ogni ferita, che porta in sé il peso delle sofferenze intime e lo libera da queste nelle sua Pasqua, nel Suo sì totale e definitivo a Dio.

Ognuno di coloro che incontriamo, e noi per primi, ha bisogno – un bisogno essenziale – di prendere la mano di un Emanuele, come il cieco di Gerico. Una mano che ci conduca all’interno – nel più profondo della nostra intimità (esplorazione fiduciosa della nostra miseria) – e ci conduca al di là, là dove nessuna ideologia ci può portare: il Cuore misericordioso del Padre (scoperta stupita della misericordia). È questa l’opera del Natale: il Bambino, più piccolo e più grande di tutti i figli degli uomini, che offre la sua amicizia ai poveri, che tende loro la mano, che li nutre con una Parola eterna, che lava loro i piedi mettendosi più in basso di loro, che prende il loro peccato e li porta come il pastore porta l’agnellino più piccolo verso il Regno dove il male non può più raggiungerlo.
Ci si potrebbe meravigliare che un avvenimento che richiama oggi il cuore di ogni uomo sia già vecchio di venti secoli. Ci si domanda dov’è la rivoluzione che ha provocato. Ci si domanda in quale luce la Risurrezione abbia trascinato l’umanità. Natale, la Risurrezione sono oggi degli avvenimenti misteriosi. Li colgono coloro che leggono nella notte. Li scoprono coloro che sentono la “musica misteriosa”dell’amore.. li accolgono i poveri, i poveri di loro stessi. Natale ha bisogno di manifestarsi nel destino degli uomini, e Natale si manifesta, come la Risurrezione, ogni volta che un cuore apre il suo cuore spalancato alla Madre, affinché Ella vi deponga il suo Bambino di luce.

Niente cambia allora. E tutto cambia. La bidonville resta la bidonville. Il bambino morto non risuscita. La borsa non si riempie. Ma l’insopportabile diventa sopportabile perché è vissuto in presenza di una Presenza che gli dà significato. L’assurdo, il disgustoso, la miseria sfociano nel mistero, nell’adorazione, nella misericordia. Nacque il Bambino, risuscitò il Crocifisso e la speranza sollevò il mondo.

Una conferma
Oggi è di moda parlare di sentimenti umanitari. E, in questo senso, spesso ci viene domandato se Punto Cuore sia un’opera umanitaria. A dire il vero, io non lo so bene… Credo che Punto Cuore sia un’opera umana, profondamente umana, in quanto essa cerca di mantenere gli occhi fissati su Gesù Cristo.

Nel momento in cui io feci i primi passi per la fondazione dell’Opera, l’intuizione che ne avevo ricevuta non mi pareva che balzana. Ero per lo meno così certo che l’uomo - e soprattutto colui che è colpito dalla sofferenza – aveva bisogno al suo fianco di una presenza compassionevole, che non ne ho mai chiamato in causa il valore. Oggi, questa sete di presenza del cuore umano mi pare come un grido violento, come un’urgenza manifesta. Non solo ho la convinzione che questa la sete più profonda dell’uomo, ma sono posseduto da questa ossessione – che condivido con tutti gli Amici dei bambini – che bisogna offrire un Amico ai poveri e ai piccoli, perché essi vivano come uomini, un Amico dal cuore infinito che colmi l’infinito del loro cuore.

Un giorno feci una lunga visita ad una madre di famiglia del Lobato (a Salvador Bahia). Pensando che le avessimo ormai dato la sua parte, cominciammo a prendere congedo. La signora si mise a gridare, quasi offesa: “Ma ve ne andate già!” Uscendo dalla sua catapecchia, il mio amico aveva le lacrime agli occhi: “Padre Thierry, anche se noi rimaniamo talvolta per ore dai nostri amici, noi partiamo sempre troppo presto; non siamo mai abbastanza presenti, la loro sete supera sempre ciò che noi possiamo donare loro. E sempre celo fanno notare.” Pensavo alla scritta messa dai Missionari della Carità di fianco al crocifisso delle loro cappelle: “Ho sete!” Gesù ha sete, ha sete di più… I nostri amici hanno sete, hanno sete di più… Io ho sete, ho sete di più… Non sapevo più se cercare di colmare la sete di Gesù, o quella dei nostri amici, oppure la nostra… Non sapevo più se era Lui che ci domandava da bere, o noi che glielo domandavamo… Non sapevo più chi placava la sete di chi… chi era sulla croce e chi stava vicino alla croce… Gesù… i nostri amici… noi?…

Punto Cuore, un’opera umana? Un’opera umana perché cristiana. Un’opera umana, profondamente umana perché essa vuole saziare la profondità della sete umana: la sete del cuore. Un’opera profondamente cristiana perché essa vuole raggiungere il dono stesso di Cristo: il Suo Cuore.

Le opere umanitarie, giustamente, sono molto preoccupate di un risultato, di una efficacia, di una produzione. Un’opera umana come Punto Cuore non può avere questa ambizione. La fecondità è in un altro ambito, che non può essere misurato in cifre, in bilanci, in risultati di esercizio. Così come gli apostoli non potevano quantificare il frutto di ogni incontro del loro Maestro, di ogni visita fatta nei villaggi che attraversava, così come è impossibile conoscere tutti gli effetti di una celebrazione o di una adorazione eucaristica su di una assemblea, è ugualmente impossibile conoscere l’esatto frutto di una visita ad un malato, di un gioco con i bambini, della presenza degli Amici dei bambini in un quartiere. C’è la grande parte di mistero, talvolta difficile da accettare: l’uomo ama talmente tanto valutare, misurare, conteggiare la propria azione per dimostrare a se stesso di essere qualcuno! Ma più ci si rivolge all’intimo dell’uomo, più si vuol raggiungere il suo cuore, più si vuol toccare quanto c’è di più umano nell’uomo, più bisogna rinunciarvi. Un’opera umana, profondamente umana sfugge ai conti umani: soltanto Dio ne conosce i frutti, perché rimane Lui il Padrone di ogni raccolto.
Ogni mattina, la missione di Punto Cuore ci sembra più vasta perché ogni mattina la sofferenza dell’uomo ci appare più grande e più profonda. E noi ci diciamo: è necessario che la Madre sia là, ai piedi della croce smisurata dov’è inchiodata l’umanità, è necessario che Ella sia là, con il suo cuore smisurato di Madre. Cioè: è necessario che noi siamo là. È la nostra missione. Una missione che ci supera e ci stupisce allo stesso tempo, perché essa coincide con un grido terribile, perché sazia una sete, la sete ultima e smisurata, la sete di sentire: “Sono qui”. Una missione che noi non vogliamo compiere come dei paladini o dei cavalieri, ma secondo il modo molto umano dell’eucaristia – che si abbassa e si annulla -, secondo il modo molto materno della madre, che resta silenziosa ed ablativa. 

Impegno con i poveri

In capo al mondo un monastero…
Era quasi l’una della mattina quando, dopo molte ore di pullman, arrivammo a Goya (Argentina). Se non ci fosse stato un piccolo nugolo di bambini a piedi nudi, con i capelli all’aria, che ci proponevano di comprare, appena scesi, qualche sigaretta sciolta, avremmo potuto pensare che la città fosse completamente morta. Ci avevano avvertiti che avremmo avuto l’impressione di trovarci all’estremità del mondo. Questo ci sembrava tanto più vero in quanto, gettando uno sguardo frettoloso e stanco su queste strade strette e silenziose, ci domandavamo come avremmo potuto trovare ancora una pensione che accettasse di affittarci una camera per il resto della notte. Ma la nostra preoccupazione era inutile: il mio amico ed io trovammo presto dove alloggiare.

La mattina, quando uscimmo dall’hotel, si sarebbe potuto credere che non era più la stessa città. Le strade fiancheggiate da case basse erano molto animate: dei bambini poveri gridavano per vendere i loro ninnoli, degli uomini con un berretto rosso in testa – è una moda locale? – camminavano fieramente fino al loro abituale caffè, le donne fornite di grosse ceste riprendevano già la direzione degli autobus che le avrebbero riportate nelle loro case. 

Per raggiungere la comunità dei Piccoli Fratelli di Gesù ai quali volevamo far visita, ci avevano spiegato che bisognava prender il “colectivo”. Lo prendemmo allora, tenendo d’occhio il villaggio in cui dovevamo scendere. Dopo quindici chilometri, scorgendo qualche casa e non avendo visto altro fino a quel momento se non della macchia e delle povere capanne isolate, domandai all’autista se si trattava proprio di Lavalle. “Si, è questo!” Allora dissi all’autista di fermare l’autobus e di farci scendere.

Con le nostre borse, ci trovammo per la strada, cercando invano con gli occhi un certo monastero dove ci avevano consigliato di chiedere informazioni per trovare la casa dei Piccoli Fratelli. Ci domandammo improvvisamente se non si erano inventati tutta questa storia del monastero. Come avrebbe potuto esserci un monastero in un luogo simile? Chi avrebbe potuto avere l’idea di fondare un monastero in questo angolo di mondo?

Ad un certo momento si presenta un uomo, al quale oso domandare dove si trova il monastero San Alberto. Mi aspetto che mi guardi con occhi stupiti. Immaginavo che per lui vedere tutto ad un tratto un religioso con il saio domandargli la strada per un monastero lo avrebbe stupito tanto quanto stupì l’aviatore quando, in pieno deserto, vide il piccolo Principe che lo pregava di disegnargli una pecora. E invece no, ecco che mi dà indicazioni, molto semplicemente. Noi camminiamo per uhn buon chilometro e, dopo aver preso una strada sabbiosa, ci troviamo alla porta di una grande proprietà in mezzo alla quale si trova una vasta casa di un bianco sbiadito. Ci avventuriamo fino alla porta della casa per suonare.
Una religiosa ci apre rapidamente. È una piccola donna di una sessantina d’anni, dal sorriso cordiale. In spagnolo le spiego chi siamo e che cosa cerchiamo. Essa mi risponde dapprima nella stessa lingua e, tutto ad un tratto, si mette a parlare francese. Questa religiosa è francese! Ella ci indica la strada, propone di alloggiarci, se c’è bisogno e ci diamo appuntamento la sera successiva per conoscerci meglio. Siamo ben curiosi, gli uni e gli altri, di sapere per quale “caso” ci troviamo in questo luogo così sperduto. Andandomene, so soltanto che questa religiosa – la madre priora – proviene dal monastero delle domenicane di Blagnac…
Allora Bernard ed io riprendiamo le nostra borse e proseguiamo sul sentiero sabbioso che ci aveva già consentito di raggiungere il monastero. Dopo un tornante, questo sentiero largo come una dipartimentale si mette a costeggiare l’immenso fiume Paranà che noi scopriamo qui con dei riflessi rossi. Su questa strada incontriamo molti bambini e giovani a piedi e a cavallo, che salutiamo con un bel sorriso o con qualche parola. Dopo un’ora di cammino circa, cominciamo a prestare attenzione: la casa dei Piccoli Fratelli non deve più essere lontana: ad una donna seduta davanti ad una misea catapecchia domandiamo dove abitano “los hermanitos”: “È qui vicino!”

Una giornata di Vangelo vissuto
Allora, vedendo due piccole case costruite in un giardino circondato da una cinta in legno, entriamo. Un uomo di una trentina d’anni, con i capelli ricci nerissimi, si alza da tavola e fa qualche passo nella nostra direzione. Quando domando se è lì che vivono i piccoli fratelli Marcelo e Xavier, dal tavolo un piccolo uomo, ancora giovane, con la barba e un berretto verde mandorla, esclama, continuando a mangiare la sua minestra: “Xavier sono io!…”
Due minuti dopo, anche Bernard ed io eravamo seduti a tavola per consumare un provvidenziale stufato di carne. Le presentazioni furono presto fatte: i genitori di Bernard conoscevano i genitori di Xavier e l’avevano informato della nostra visita e alcuni miei lontani cugini erano in Francia, vicini di casa dei genitori di Xavier. Ma soprattutto, eravamo fratelli nel Signore ed era proprio questo l’essenziale! La conversazione si avvia abbastanza lentamente. In due parole, spieghiamo il motivo del nostro soggiorno in Argentina. Xavier, dopo aver consumato rapidamente il suo pranzo ed aver bevuto una tisana, si congeda da noi: deve raggiungere la serra di pomodori dove lavora come operaio agricolo per quindicimila australi al giorno – quindici franchi.

Il pomeriggio è tutto per noi. Decidiamo di incominciare ad esplorare il vicinato. Il sentiero, che si è ristretto molto, ci permette di passare davanti ad alcune case, fatte di legno e di fango, che costeggiano il fiume. Ad un certo punto, su una specie di piccola spiaggia, scopriamo una quindicina di bimbi che sembrano divertirsi tranquillamente. Il nostro arrivo improvviso li rende silenziosi. Alle mie domande rispondono con qualche parola strozzata, poi ridono discretamente. Devono essere sorpresi di vederci là! Uno di loro, d’un tratto, si avvicina al fiume. Lo guardiamo. Si mette in ginocchio ed incomincia a bere l’acqua. Tocca a noi rimanere muti. L’acqua ci sembra sporca…

Al rientro, Marcelo ci propone di entrare in una delle casette e di riposarci un po’. Questa è composta da una sola stanza che serve contemporaneamente da camera e da cappella. In un angolo una piccola biblioteca in legno contiene alcune encicliche, le principali opere delle guide intellettuali dell’America Latina in materia di teologia e dei manuali di pronto soccorso… nell’altro angolo, un tavolino serve da altare: al di sopra un velo nasconde il tabernacolo dove si trova il Signore. Da ogni lato dell’altare sono appese al muro diverse fotografie che evocano tutta una vita: si vedono raffigurati un vescovo, dei sacerdoti, dei bambini, delle statue della Vergine, dei paesaggi… ci corichiamo su letti molto rustici e vediamo che sopra di noi, su dei fili, pendono gli abiti dei piccoli fratelli. Dopo tutto, perché un armadio?

A dire il vero, non ho ancora voglia di dormire. Prima di tutto, preso da una eterna sinusite, mi sento soffocare a rimanere disteso. Poi, muoio di sete. Infine, preferirei sognare – o pregare – sugli argini del fiume, piuttosto che restare qui, in questo tugurio. Allora mi dirigo verso il secchio dove si trova, pare, l’acqua buona da bere. Il suo colore mi rende un po’ diffidente – assomiglia a quella del fiume! -, ma la sete è così forte che non tardo a vuotare il mio bicchiere. Più tardi, su ordine di Marcelo, Bernard andrà a riempire il secchio d’acqua “potabile” nel Paranà, nel luogo che serve per i bagni pubblici…
Mi siedo sull’argine del fiume. Davanti a me c’è un’isola dove, regolarmente, gli uomini vanno a raccogliere il bambù. Restano là tre settimane, tagliano i fusti, li legano in mucchi enormi, li trasportano sul fiume quando il vento è favorevole e, infine, li vendono al prezzo di un franco al pezzo. Poi celebrano il loro ritorno con i vicini e si riposano finché non hanno più un soldo. Perché ammucchiare tesori sulla terra dove le tarme ed i vermi fanno sparire tutto, dove i ladri forano i muri e rubano?

Apro la mia piccola Bibbia: “Ecco i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno delle lingue nuove, prenderanno nelle loro mani dei serpenti e, se berranno qualche veleno mortale, questo non farà loro alcun male…” Eccomi rassicurato! È vero, quest’acqua non mi causerà alcun male.

Tutto è così calmo qui: bambini che giocano… uomini che vengono a lavarsi… una barca messa nell’acqua… donne che vengono a riempire il loro recipiente… l’acqua del fiume che scorre. E la preghiera, anch’essa, sgorga senza violenza dal cuore che guarda meravigliato… Mi domando: come si può, anche se i pasti sono sobri, lasciare questi luoghi per preferire le “favelas” delle grandi città dove si rischia di essere ancor più mal nutriti? Che trappola!

Al mio ritorno, i due piccoli fratelli sono là così come Bernard. Beviamo del thè, al quale aggiungiamo qualche goccia di limone appena colto dall’albero e mangiamo delle “tortas frita” che costituiscono il nutrimento essenziale delle persone del posto e che Marcelo ha appena preparato sul fuoco a legna che brucia fuori in un grosso barile.

Il vicino esce da casa sua, gliene facciamo assaggiare. Qui si condivide tutto: si compra una bottiglia di vino ed è il vicino che ne beve i primi sorsi! Si riceve della carne e se ne dà ugualmente un terzo al primo che passa! Si fa cuocere un piatto speciale e si invitano tutti i vicini per consumarlo insieme! È il Vangelo vissuto. Si prepara la cena alla luce delle lampade a petrolio: la notte è scesa all’improvviso.

Povero con i più poveri, per amore del vangelo
Prima di cena, celebro la Messa. Sistemiamo un tavolo nell’altra casetta, mettendovi sopra una bella tovaglia bianca – da dove sarà uscita? -, accendiamo qualche candela, prepariamo la patena ed il calice, il libro e l’acqua. Così la cappella è pronta. Dopo un momento di raccoglimento, anche i nostri cuori lo sono. “Il Signore sia con voi!”: non c’è dubbio. Lo è veramente. La luce delle candele illumina solo il viso di questi due uomini nascosti in mezzo a questa popolazione di Indiani Guaraniti. Non hanno croci sulla loro maglia, ma i loro occhi scintillano: non è forse il più bel segno della consacrazione a Dio, la manifestazione sincera della speranza che arde nei cuori? Dio è così presente là! Il fatto è che là dove c’è l’amore…

Dopo il Vangelo, Marcelo prende la parola per ricordare il precedente vescovo di Goya, di cui oggi ricorre l’anniversario della morte, monsignor Devoto. Il piccolo fratello ci parla con emozione del suo amore per i poveri. Ci racconta in particolare come un giorno il vescovo abbia ricevuto una vecchietta sconvolta. Essa ha sentito dire che il sindaco ha deciso di distruggere la bidonville dove lei risiede per costruire dei campi da gioco. Subito, il vescovo prende il suo fagotto e decide di sistemarsi in questa bidonville. Per tre anni – fino al momento in cui si ammala – abiterà in una misera catapecchia di qualche metro quadrato per proteggere l’abitazione di questa povera vedova e di altri – i piccoli fratelli hanno ereditato, con emozione, il letto che il vescovo aveva allora: è quello in cui mi ero sdraiato, senza grande successo, nel pomeriggio! – E il sindaco ha rinunciato al suo progetto… Marcelo ci legge, in seguito, alcuni passi delle sue Lettere alla diocesi; ci consegna in particolare questa, che ci rivela in modo sconvolgente il suo desiderio di condividere il destino dei poveri. Essa ha per titolo “Impegno con i poveri”:
“Miei cari figli, 
per molti di voi, la Pasqua sarà celebrata in un ambiente di privazioni, di sofferenze e di incertezze per i motivi che tutti conosciamo. Da un lato, la piogge torrenziali che hanno distrutto buona parte dei raccolti, dall’altro, l’inondazione che ha danneggiato degli interi quartieri della città, mi hanno permesso di toccare con mano la dolorosa realtà di tante famiglie le cui condizioni di vita sono davvero precarie, direi quasi miserabili. È per questo che ho sentito la necessità di dare a questa lettera un carattere molto speciale, diverso dalle altre volte.

Nella mia lettera del 21 novembre, vi dicevo che era stata concelebrata una messa da venti vescovi, nelle catacombe di Roma, per esprimere il loro impegno per una più grande presenza della Chiesa nel mondo dei poveri. L’impegno ha preso una forma concreta e, non avendo potuto assumerlo pubblicamente al mio ritorno nella diocesi, lo voglio fare in questa Pasqua, e per scritto, affinché possa rimanere in un modo più stabile davanti a voi.
In unione con molti altri vescovi, confidando soprattutto nella grazia e nella forza di Nostro Signore Gesù Cristo, e comprendendo l’urgenza di essere più conformi, nella nostra vita, alla povertà evangelica, in presenza della Santissima Trinità, della Chiesa di Cristo, dei sacerdoti e dei fedeli della diocesi, mi impegno a mettere in pratica quanto segue:
1- Cercare di vivere come le persone comuni, per quanto concerne il tenore di vita, l’alimentazione, i mezzi di trasporto; 
2- Rinunziare ad ogni ricchezza apparente o reale, specialmente per quanto riguarda gli ornamenti e le insegne;
3- Non possedere alcun bene mobile o immobile, né conto bancario a titolo personale, ma unicamente a nome della diocesi o delle opere di carità, nella misura in cui questo è necessario;
4- Affidare, per quanto è possibile, la gestione finanziaria e materiale della diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, per essere così meno amministratore e più pastore ed apostolo; 
5- Non accettare, nei rapporti, le espressioni che manifestano la grandezza o il potere, ma soltanto l’appellativo di padre o semplicemente di vescovo;
6- Evitare, nel mio comportamento e nel mio linguaggio, tutto ciò che potrebbe mostrare una preferenza per i ricchi o le persone influenti;
7- Dare, nella misura in cui questo è necessario, il mio amore, il mio tempo, la mia preoccupazione, i miei mezzi al servizio apostolico e pastorale delle persone più umili e bisognose, senza per questo far nascere del pregiudizio sull’attenzione che io devo avere per le altre persone;
8- Fare in modo che le opere di volontariato siano delle vere opere sociali, basate sulla giustizia e sulla carità, cercando di trovare delle soluzioni per i casi più urgenti; 
9- Fare ogni sforzo possibile affinché i governanti approvino ed applichino efficacemente le leggi necessarie per promuovere un nuovo ordine sociale degno dell’uomo e organizzino le strutture e le istituzioni sociali che questo nuovo ordine presuppone;
10- Condividere, nella carità pastorale, la mia vita con i miei fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, affinché sia un vero ministero di servizio verso gli altri, facendo con loro la “revisione di vita” e suscitando collaboratori che siano più animatori secondo lo Spirito che capi secondo il mondo. Nello stesso tempo, cercherò di essere più presente umanamente, più accogliente, mostrandomi pronto al dialogo con tutti.
Rendendovi testimoni di queste disposizioni che sono il frutto di una lunga maturazione conciliare, vi prego di aiutarmi con le vostre preghiere, la vostra comprensione ed il vostro appoggio” (Pasqua 1966).

Non so se è quello che viene chiamato “teologia della liberazione”, ma questo testo ci fa particolarmente riflettere…

Dopo un lungo silenzio, proseguii la messa. Ecco, Egli è qui: è notte, ma sull’altare c’è la sorgente della luce; fa freddo, ma la stanza è piena di calore. Ho l’impressione di trovarmi nello splendido quadro di Rembrandt, “I pellegrini di Emmaus”. E la messa termina: Egli è in noi; noi siamo in Lui.

Dalle sponde del lago di Tiberiade alle rive del fiume Paranà…

Se la cena è frugale, sembra a tutti un vero pasto di festa: è stato portato tutto quello che si aveva; in una gioia dolce come la luce di una lampada, ci si comunica le proprie esperienze. O meglio: che si parli di teologia ascendente o discendente, della mentalità degli Indiani Guaraniti, dell’Opera Punto Cuore, ci si dona noi stessi nel modo più vero. A turno, secondo l’abitudine del luogo – i piccoli fratelli hanno adottato, punto per punto. Tutte le usanze dei loro vicini -, si beve un sorso di vino nell’unico bicchiere, si pesca una cucchiaiata di dolce dall’unico piatto… Poi, quando il sonno ci prende, raccogliamo tutto ciò che i piccoli fratelli possiedono in fatto di vestiti, biancheria e coperte per posarli sui nostri giacigli: la temperatura scenderà sotto lo zero…

Di buon mattino, appena alzato, i piccoli fratelli Javier e Marcelo mi invitano a pregare con loro. Imbacuccati fino al mento, seduti sul pavimento di terra battuta, passiamo un lungo momento davanti al Santissimo Sacramento. Leggiamo i testi della messa del giorno… Passiamo un po’ di tempo in silenzio… Beviamo un sorso di mate… Recitiamo una decina di rosario… Offriamo a Maria tutti coloro che vivono sulle rive del fiume… Ma non lasciamo con gli occhi il Signore: tra le sponde del lago di Tiberiade e le rive del fiume Paranà non c’è alcun spazio, alcun tempo. Gesù è qui. Ci rivolgiamo a Lui. Davanti a Lui si cambia. Tutto è così semplice: siamo lontani dalle mille tradizioni di certi conventi, delle innumerevoli abitudini di alcune antiche comunità!… Qui, in questa adorazione dell’aurora, tutto il segreto della vita dei piccoli fratelli mi viene svelato: il segreto della loro chiamata, il segreto della loro fecondità, il segreto della loro fedeltà.

…e da sud dell’India agli alti pianori andini

In mattinata, decidiamo di fare una lunga passeggiata con Javier, mentre Marcelo rimane a casa per accogliere i bambini del vicinato che vengono a seguire una lezione di catechismo tenuta da una mamma dei dintorni… Noi prendiamo quel sentiero sabbioso ancora ignoto a noi. Javier ci presenta ad alcune persone che incrociamo, e poco dopo ci racconta la loro situazione, in modo che noi possiamo avere un’idea della vita di questo popolo. Ma ben presto, nel momento in cui ci mettiamo ad attraversare qualche prato paludoso, voliamo ben al di là di questi luoghi. Atterriamo dapprima nel sud dell’India, dove il piccolo fratello Javier ha passato i primi anni della sua vita religiosa: ci descrive la bidonville “ecumenica” dove egli si era sistemato, il sistema delle caste, il suo lavoro come infermiere presso i lebbrosi, la delicata penetrazione della Chiesa cattolica in mentalità così poco romane…

Ci racconta anche questa bella storia che ho custodito nella mia memoria. C’era un lebbroso molto povero, molto sporco che viveva nel quartiere dove abitava il piccolo fratello Javier. Ogni mattina, egli lavava i piedi ed ogni mattina il malato gli faceva la medesima domanda: “perché mi lavi i piedi?” Ogni giorno, in modo identico, il piccolo fratello rispondeva: “Perché sei un uomo”. Dopo due anni e mezzo, un bel mattino, il lebbroso venne, secondo la sua abitudine, ma, questa volta, aveva i piedi puliti. Il piccolo fratello gli domandò: “perché hai i piedi puliti?” – “Perché sono un uomo”, disse il lebbroso. È bella la pazienza che si modella su quella di Dio!

Poi eccoci a Londra, dove Javier intraprese successivamente una formazione filosofica e teologica con membri di altri istituti. Infine, ripartiamo per un piccolo villaggio del Perù, situato a grande altitudine, dove il nostro piccolo fratello si sistemò dopo aver finito i suoi studi, non avendo potuto tornare in India come avrebbe desiderato, per un problema di visti. Egli ci descrive un po’ la sua vita là e soprattutto i danni che faceva l’alcool in mezzo alla popolazione. In occasione delle feste, la maggior parte degli adulti, uomini e donne, restavano ubriachi fradici per una settimana, con grande discapito dei bambini…

Questo soggiorno terminò con avvenimenti tragici: dopo aver già subito terribili offese, una notte, diciassette uomini del villaggio furono uccisi selvaggiamente da alcuni membri di Sendero Luminoso. Il vescovo chiese allora la partenza di Javier. Questi, non volendo abbandonare il suo popolo mentre era immerso nella sofferenza, insistette, malgrado il pericolo, per restare sul posto. La sua presenza venne allora tollerata. Ma tre settimane dopo, il vescovo rifiutò con decisione la sua richiesta. Questa volta, non ci fu niente da fare: Javier dovette partire. Ma non era stupito: non si temeva per la sua vita, si temeva piuttosto che vendicasse i suoi, che potesse essere in seguito un testimone imbarazzante o chissà che altro? Arrivato a Lima solo – il suo compagno si era sposato un po’ di tempo prima – gli rubarono il suo unico bagaglio: non aveva più un soldo, un documento ed aveva abbandonato il popolo che amava sulla montagna, ancora immerso nel sangue dei morti… “Se vuoi essere mio discepolo, rinuncia a te stesso, prendi la tua croce ogni giorno e seguimi…”
Sotto il fardello di tutta questa sofferenza, percorriamo gli ultimi metri in silenzio…

Marcelo è ben felice di ritrovarci e di raccontarci le belle risposte che ha sentito dai bambini. Ma non bisogna tardare. Dopo il pranzo, i piccoli fratelli devono partecipare a un momento di preghiera mariana in una delle famiglie vicine, organizzato dal gruppo missionario che viene ogni sei mesi da Buenos Aires per evangelizzare questa gente, amministrare i sacramenti e formare correttamente i più aperti. Quanto a noi, siamo desiderosi di ritrovare le suore domenicane, molto curiosi di conoscere tutta la loro avventura e anche felici di raccontare loro alcune notizie della Chiesa di Francia. Facciamo un pezzo di strada insieme. E poi è il momento dell’addio. Ci si abbraccia da fratelli e ci si guarda ancora a lungo per dire tutto quello che non siamo capaci di dirci. Dio è qui: tutti e due se ne vanno. Noi andiamo a destra. Non ci si volta indietro…

Al monastero di Sant’Alberto, delle colonne del mondo

La nostra visita al monastero di Sant’Alberto crea veramente l’avvenimento. Fin dal nostro arrivo, la madre, che siamo felici di ritrovare, organizza la serata, raduna le sue suore, provvede alla nostra sistemazione. Benché installata qui da una ventina d’anni, la comunità non ha ancora raggiunto la sua condizione ottimale. Essa è composta soltanto da sei suore di clausura: la madre priora che – lo sapremo dopo – è stata mandata qui come fondatrice, dopo il concilio in cui Monsignor Devoto aveva supplicato l’arcivescovo di Tolosa di provvedere alla fondazione di una comunità contemplativa nella sua diocesi. La vice-priora, già di una certa età, che ha soggiornato a lungo in Francia, e le quattro giovani che sono arrivate dopo la fondazione e provengono dalla regione vicina: i loro genitori abitano nelle case che noi abbiamo costeggiato.

Siamo stupiti della mancanza di informazioni di queste religiose: esse ci sembrano davvero distaccate da tutto eppure molto desiderose di conoscere i grandi avvenimenti della Chiesa – particolarmente della Chiesa di Francia – durante questi ultimi anni. Esse ascoltano con estrema attenzione e rendono grazie al Signore per quanto noi diciamo loro…Esse hanno vagamente saputo che alcuni membri di una giovane comunità occupano ormai una parte del monastero di Blagnac, ma non conoscono nulla di più su questa comunità. 
Sono incuriosite, anche preoccupate… Certo, mi affretto a rassicurarle!

Presto le sorelle giovani vanno a mungere le mucche… Allora taccio ed è la madre a raccontarci del loro insediamento in questa casa, il loro inizio, il loro isolamento… Percorriamo in pochi minuti molti anni, molti avvenimenti, molte difficoltà… Ma mentre ci narra questa folle avventura, che avrebbe scoraggiato più di uno, conserva il sorriso sulle labbra, piena di speranza… Mi ricorda alcune persone dell’Est, incontrate poco prima, che hanno attraversato mari di prove e di sofferenze, per le quali la fede e la speranza sembrano ormai invincibili…

Continuo ad ascoltare il suo lungo racconto, ma nello stesso tempo il mio cuore è come trasportato in Dio. Sono meravigliato, preso dalla grazia che il Signore concede a colo che lasciano tutto una volta, due, tre e che Egli manda in capo al mondo per vivere ciò che pare invivibile. Così, quando la campana suona per la messa, non fatico a salire all’altare. E dopo un attimo offro al Signore nel calice del sacrificio questi fratelli ignorati, queste sorelle nascoste in Dio che sono misteriosamente le colonne del mondo.

Mi piacerebbe tanto, cari amici, che voi non dimenticaste il piccolo fratello Javier ed il piccolo fratello Marcelo… Mi piacerebbe tanto che voi non dimenticaste il piccolo monastero domenicano di Lavalle, in Argentina… Mi piacerebbe che non dimenticaste nessuno di coloro che, senza una parola, hanno lasciato tutto per seguire l’Agnello e vivono senza farsi pubblicità all’altro capo del mondo, completamente consacrati a Dio, completamente consegnati ai fratelli, dei quali essi sono diventati, per amore del Principe della pace, i beati servitori.


Punto Cuore, o la potenza del semplice amore
C’erano ben 35° all’ombra. Era la vigilia di Natale. Avevo appena rivisto l’eccellente arcivescovo di Paranà (Argentina) che, alcuni mesi prima, mi aveva accolto con una cordialità ed una comprensione che mi avevano commosso fino alle lacrime. Meditavo nel mio cuore le sue parole che, di nuovo, erano state così profonde quando, passando accanto alla bidonville dove abitiamo, vidi un bimbo che dava la mano alla mamma. Guardai questo piccino: mi sembrò stranamente triste. E improvvisamente, anche lui mi vide. Quasi subito, lasciò la mamma e mi raggiunse correndo. Quando arrivò davanti a me, il suo viso non era più lo stesso: un immenso sorriso lo illuminava. E questo ometto sembrava trasalire tutto di gioia, esultare di allegria. Ballava persino. Non avevo mai visto una cosa simile. Mai avevo percepito con tale chiarezza fino a che punto l’amore era capace di cambiare un essere umano in così pochi istanti. Mi dicevo: “Questo solo sussulto di gioia basta per giustificare i dodicimila chilometri che ho percorso”.

Alcuni giorni prima, in un misero quartiere di Salvator Bahia, in Brasile, non potevamo mangiare, pregare o lavorare nella nostra modesta dimora senza che una folla di bambini dai volti più diversi gridasse i nostri nomi fintanto che noi apparivamo sulla porta. E più noi li facevamo aspettare, più le loro grida si facevano insistenti. Finivano addirittura per diventare così insistenti che noi ci sentivamo obbligati ad uscire, temendo che fosse davvero successo qualcosa di grave. Che cosa succedeva allora? Molto semplicemente, i bambini avevano bisogno della nostra presenza!

Questi richiami, misteriosamente, li sentivo ormai da molto tempo. Assillavano le mie notti e la mia preghiera. Provenivano dal Brasile, dalla Romania e dal Libano, dal Vietnam, dal Sudan e dall’Egitto… Dicevano:”Vieni ad amarci! Abbiamo bisogno di un cuore in cui rifugiarci, di un orecchio che, per ore, sappia ascoltarci, di una mano che ci dia fiducia!…” Ma credevo che non sarei mai stato capace di rispondere a questi richiami… Dio, tuttavia, non tardò a colmare la mia mancanza di immaginazione, a spazzare le mie obiezioni. L’ora scoccò. Nacque l’Opera Punto Cuore.

Delle stelline in un cielo notturno

Ci sono bambini che non sanno più sorridere.
Ci sono bambini soli al mondo.
Ci sono bambini che mangiano terra e rifiuti per placare la loro fame.
Ci sono bambini che vengono venduti.
Ci sono bambini che i ricchi utilizzano per il loro piacere.
Ci sono bambini di dieci anni che vengono torturati.

Ora, ogni volta che un bambino è trattato in questo modo, ogni volta che un bambino conosce drammi di questo genere, ecco che si forma sul nostro pianeta un punto neto, un punto di vergogna per l’intera umanità. Di più ancora, ogni volta che un bambino viene trattato così, è il corpo di Cristo che viene colpito, ferito, sfigurato. Per rimediare a questa situazione, gli Stati prevedono delle disposizioni, l’ONU promulga la Carta dei Diritti dei bambini. E poi esistono mille opere, civili e religiose, che hanno come missione quella di soccorrere i bambini del mondo intero. Tuttavia, i bisogni sono ancora immensi e aumentano ben più in fretta che gli aiuti e le soluzioni.

Che fare? Di più: “La nostra epoca sarà giudicata sul modo in cui essa si sarà curata dei bambini”. Per costruire la civiltà dell’amore, affinché Dio, innocente, sia più amato e rispettato “sotto le sembianze del bambino” (Padre Peyriguère), ognuno viene col proprio materiale. Per quanto ci riguarda, vogliamo portare dei piccoli secchi di cemento ed alcune lampadine: sono i Punti cuore.

Di che si tratta? Si tratta di piccoli focolari di preghiera e di pace, di rifugi di tenerezza e di compassione inseriti nel cuore dei quartieri poveri o sinistrati dove i bambini trascurati, abbandonati, afflitti possono venire, a qualsiasi ora del giorno e della notte, per essere consolati, ascoltati, confortati, amati, guardati con lo stesso sguardo di Gesù. Ognuna di queste case è animata da quattro o cinque Amici dei bambini, ragazzi o ragazze, religiosi o religiose di qualsiasi congregazione, sacerdoti desiderosi di dare almeno un anno della loro vita a l servizio di questi bambini, nello spirito della “Carta” dell’Opera.

Inoltre, diamo alcuni chiarimenti:

- Un Punto Cuore è prima di tutto un luogo cattolico di contemplazione. Coloro che partono in questo ambito sono d’accordo che la preghiera abbia il primato nella loro vita quotidiana e sia il fondamento di tutte le azioni che essi intraprenderanno. Essi accettano volentieri di consacrare ogni giorno un tempo importante a lasciarsi amare da Dio e colmare del Suo amore compassionevole e dalla Sua tenerezza, e ad adorare il Signore presente nell’Eucaristia, affinché la Sua vita possa diffondersi in tutto il quartiere.
- Un Punto Cuore è un luogo mariano. Attraverso gli Amici dei bambini, è l’Immacolata che vuole amare tutti questi piccoli che la vita ha in fretta spezzato, addolorato, distrutto. Il fatto è che Maria, fino alla venuta del Cristo, vuole rimanere presente in tutti i Golgota del mondo, come è stata presente al Golgota di Suo Figlio. In altre parole, gli Amici dei bambini hanno come principale ambizione quella di farsi guidare in tutto da Lei, di lasciarsi plasmare un cuore che sia identico al Suo. Di conseguenza, è evidente che la preghiera del Rosario, preghiera dei poveri per eccellenza, è la privilegiata dei Punti cuore. Ogni giorno, gli Amici dei bambini lo recitano insieme e ne propongono la recita ai loro vicini.
- Un Punto Cuore è un luogo di comunione ecclesiale. L’Opera vuole essere elemento di unità nella Chiesa. Questa unità si costruisce attorno al bambino nella miseria come altrove si costruisce attorno alla persona handicappata, ammalata o anziana. A questo scopo, desideriamo vivamente che vivano nei punti Cuore giovani provenienti da diversi movimenti (francesi o stranieri) o membri di comunità religiose o istituti secolari differenti. Non è forse necessario che in questi tempi la Chiesa cattolica testimoni in tutti i modo il suo desiderio di comunione e che questo desiderio si incarni in momenti di vita comune, dove si impara a liberarsi dai propri pregiudizi, a conoscersi, ad amarsi, a pregare e a lavorare insieme? Noi abbiamo dunque fiducia che i superiori religiosi come i vescovi permetteranno ai membri delle loro comunità o del loro clero di conoscere, qualora ne sentano il richiamo, l’esperienza di passare un certo tempo a servizio dei bambini poveri, in un Punto Cuore, con dei giovani laici.
- Un Punto Cuore è una presenza dell’amore consolatore e compassionevole. Per gli Amici dei bambini, l’essenziale non è il fare. Ci sono scuole, ospedali, orfanotrofi… I Punti Cuore non sono nulla di tutto questo. Sono più semplicemente dei focolari specializzati in nulla, dove i bambini sanno che potranno sempre venire per essere ascoltati, amati, aiutati, compresi. Questo non impedisce, certo, che se l’amore li chiama a questo, gli Amici dei bambini possano dar da mangiare ai bambini, curarli, insegnar loro a leggere e a scrivere, aiutarli in questo o quel compito, accoglierli per una notte, insegnare loro il catechismo e la preghiera.

In altre parole, si tratta, per gli Amici dei bambini, di essere un cuore paterno, materno e fraterno allo stesso tempo, un cuore attento, compassionevole ed accogliente, in quanto per loro l’essenziale consiste nella qualità della loro presenza che sarà tanto più grande quanto più grande sarà la qualità della loro presenza davanti a Dio. In questo senso, gli Amici dei bambini sono prima di tutto dei cercatori di Dio, degli “adoratori in spirito e verità”.

Il Punto Cuore San Josè, a Paranà (Argentina)

Dopo qualche mese di preparazione (esplorazione dei luoghi, preparazione degli Amici dei bambini, azioni che la Provvidenza ha saputo compiere benissimo), un primo gruppo di Amici dei bambini, composto da tre giovani e da un religioso, poté partire il 1° ottobre scorso verso l’Argentina. Il Punto Cuore che essi animano è situato ai margini di una bidonville di una città di circa centotrentamila abitanti, che si trova sulle rive del fiume Paranà, a quattrocento chilometri a nord di Buenos Aires.

L’accoglienza dei giovani da parte della gente del “bario” è stata subito entusiasta. Molto in fretta, i bambini hanno scoperto la missione dei loro nuovi amici, senza che questi avessero avuto bisogno di spiegarla. Due giorni dopo il loro arrivo, essi venivano già ad invadere la loro casa, a richiedere loro l’affetto di cui avevano bisogno, a trascinarli a casa loro perché potessero aiutare i loro genitori a risolvere questo o quel problema o benedire i loro tuguri, venivano a domandare ospitalità per una notte – “Perché la mamma non è ancora rientrata ed io muoio di sonno” -, a cercare una medicina perché tremavano per la febbre e i loro genitori non avevano niente per curarli. Per non parlare delle partite a pallone, delle corse folli nella bidonville, delle risate che sembrano per un momento coprire tutti i dolori e le bombe del mondo!

Il Punto Cuore Sao Vicente de Paulo, a Salvador Bahia (Brasile)

Appena tre settimane dopo, un altro gruppo partiva per il Brasile per installarsi in una grande città in continua espansione dove la miseria materiale e morale è conosciuta da tutti, Salvador Bahia. Il piccolo gruppo di cinque Amici dei bambini ha trovato posto nel quartiere del Lobato, dove le miserie sono innumerevoli. Molto velocemente, gli Amici dei bambini sono stati adottati dai mille piccoli della bidonville e dalle loro famiglie. Appena i bambini si accorgono dei giovani, da ogni parte vengono a gettarsi fra le loro braccia, dove passerebbero delle ore, se non li si incitasse a smettere… Sotto le finestre del Punto Cuore e fino a tardi la notte, Estebao, Ellington, Maria e altri “crianças” chiamano… Alcune mamme portano i loro neonati agli Amici dei bambini perché questi li adottino!… E poi, su indicazione della venerata Irma Dulce, gli Amici dei bambini e il nostro sacerdote vanno a visitare ogni settimana un grande orfanotrofio di circa trecento bambini, situato un po’ all’esterno della città, dove i bisogni di ascolto, di affetto, di insegnamento religioso mi sono sembrati, in occasione della mia visita, considerevoli. Infine, sarebbe necessaria anche l’evangelizzazione dei quartieri dove abbondano le sette…

I giovani che sono qui e che saranno presto raggiunti da tre altri francesi, tra cui una giovane coppia, devono dunque far fronte a numerosi problemi di grande urgenza. Tuttavia, la preghiera rimane la loro missione principale. E poi sono in progetto altri Punti Cuore: in Tailandia, in Colombia, in Perù… che speriamo di vedere aperti prima della fine dell’anno.

Un popolo che si allea al bambino che Erode vuole distruggere

Insomma, alcuni giovani, che speriamo sempre più numerosi, partiranno per vivere questa avventura d’amore in capo al mondo… alcuni quartieri saranno visitati… alcune lacrime saranno asciugate… alcuni cuori consolato…Il problema dei conti minimi non si ferma. Noi crediamo che l’Opera porterà frutti al di là di ogni previsione e, nella speranza, li attendiamo…

Attendiamo che un grande movimento di compassione venga a consolare il cuore di tutti i piccoli che soffrono…
Attendiamo che moltissimi giovani diano il loro tempo per vivere l’esperienza che proponiamo loro…
Attendiamo che persone, movimenti, parrocchie o comunità prendano in carico spiritualmente e materialmente la missione degli Amici dei bambini e si leghino a un’altra persona, a un’altra famiglia, a un altro quartiere, a un altro villaggio…
Attendiamo che il cuore dei cristiani sia sconvolto da questo stato di urgenza che rappresenta l’umanità sotto-alimentata (ogni giorno quarantaseimila bambini muoiono di fame o di malattie benigne)…
Attendiamo che la Chiesa viva sempre di più lo spirito di compassione di Maria ai piedi della croce…
Se l’unico problema dell’uomo è la mancanza di amore, l’unico rimedio non è forse un sovrappiù di amore?

Domani, forse, la terra diventerà un immenso Punto Cuore…

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