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Jules Monchanin

Jules Monchanin (Swami Parama Arubi Anandam), fu precursore del dialogo tra cristianesimo e induismo. La sua vita, nato a Fleurie, in Francia, il 10 aprile 1895 da una famiglia di viticoltori, fu quella di un pioniere dell’incontro tra le religioni, vissuta fino al limite delle sue possibilità fisiche, psicologiche, intellettuali e culturali. 


Di salute fragile, grande asmatico, la sua infanzia fu iperprotetta. Cresce tra un'unica sorella maggiore ed una madre trascurata dal marito, commerciante attraverso l'Europa. La sua mancanza di contatti con l'esterno favorì lo sviluppo di una interiorità e di una sensibilità eccezionali. 

Fin dall'adolescenza, la sua sete d'assoluto lo chiamò ad una consacrazione totale a dio, senza definire la forma. Ordinato presbitero, nel 1938 si trasferì nell’India del Sud, dove si mise a disposizione della Chiesa di Tiruchirapalli. Dopo qualche anno, assieme a Henri Le Saux, fondò l’ ashram della Trinità, assumendo il nome di Swami Parama Arubi Anandam (= Felicità dello Spirito Santo). Monchanin credette profondamente che la spiritualità hindu potesse arricchire e vivificare il cristianesimo. Fermamente convinto, fin dall’inizio del suo ministero sacerdotale che la missione del cristiano fosse quella di stabilire una relazione dialettica con il pensiero scientifico moderno e con le altre religioni, dedicò tutto se stesso a questo fine. Alla fine di agosto 1957 gli fu diagnosticato un tumore e gli fu suggerito di tornare in Francia per essere operato. Fu ricoverato all’ospedale Saint-Antoine di Parigi, stremato e ridotto a 42 kg di peso. Lo stato di avanzamento della malattia, rese impossibile operarlo, e Monchanin, il 10 ottobre 1957, dopo aver ricevuto il viatico, stese le braccia in forma di croce come estremo gesto di offerta e dopo alcune ore spirò dolcemente. 

Di lui scrisse il grande teologo Henry DeLubac: “Sapeva ascoltare: ascoltava con intensità, per cogliere la sorgente nascosta da cui sgorgavano le parole. E la sua risposta disvelava al suo interlocutore delle prospettive che lo attiravano ad una soddisfazione più intera. Mettendosi interamente al suo ascolto, gli dava anche la sensazione di essere pienamente compreso, lo spiegava in qualche modo a se stesso… Il suo metodo era quello medesimo di Gesù: proporre a tutti un mistero che supera tutti, ma in una forma così connaturale che ognuno vi possa attingere la sua vita e vi riconosca ciò che c’è in lui di più familiare e di segreto”.

 

 

 

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